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L'USA E GETTA ANCHE FRA.....

 

Prostituzione

«Le donne non sono delle merci»
La storia della suora italiana Eugenia Bonetti che da molti anni si batte contro la tratta degli esseri umani «Dobbiamo spezzare l’indifferenza – afferma – e aiutare queste ragazze a riconquistare la loro dignità»

CdT 18.04.2012


FRANCESCO MANNONI
❚❘❙ La chiamano in molti modi – «angelo della Salaria», «madre delle abbandonate », «mano sempre tesa» – ma lei è soprattutto un grande cuore che batte all’unisono con quello di tante ragazze emarginate e sfruttate, grande anima che accoglie ogni gemito e cura ogni sofferenza. Lei è suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, che ha vissuto in Kenia per 24 anni e oggi combatte in Italia la tratta degli esseri umani e la prostituzione, quale responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’USMI, l’Unione superiore maggiori d’Italia. Per questa suora battagliera, nata a Bubbiano in provincia di Milano nel 1939, il volto della povertà, della discriminazione e dello sfruttamento nel mondo, oggi, è un volto femminile.
Il traffico delle donne è cominciato all’inizio degli anni Ottanta come conseguenza delle continue difficoltà economiche dei Paesi in via di sviluppo. Migliaia di donne emigrarono in Europa clandestinamente e ben presto divennero ostaggio di organizzazioni criminali internazionali e transnazionali connesse con l’industria del sesso. L’Italia è il Paese di transito e di destinazione per migliaia di ragazze comprate e vendute come merce.
Secondo una stima che risale al 2008, sarebbero circa tre milioni gli esseri umani (le donne e i bambini sono l’80%) ridotti in schiavitù. Un’altra stima dell’ONU parla di quattro milioni di donne trafficate da una Nazione all’altra. Un affare che smuove trentadue miliardi di dollari l’anno.
Solo in Europa, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, transiterebbero ogni anno cinquecentomila donne minorenni. In Italia le donne vittime dello sfruttamento, provenienti dall’Africa Orientale, dall’America Latina e dall’Europa dell’est, che si prostituiscono sulle strade o lavorano nei locali notturni, sono circa settantamila. Il 40% di loro sono minorenni.
«Esiste un’accurata organizzazione di trafficanti, di stampo mafioso, uomini e donne, che prendono contatto con queste vittime nel loro Paese d’origine», spiega suor Eugenia che ha voluto rendere pubblico il risultato del suo lavoro in un saggio scritto con la giornalista Anna Pozzi: Spezzare le catene. La battaglia per la dignità delle donne (Rizzoli). Aiutando le scampate a sottrarsi a un tragico destino, suor Eugenia Bonetti s’è schierata al loro fianco, nascondendo prostitute nei conventi e soccorrendo tutte le donne bisognose d’aiuto per riconquistare la loro dignità e la libertà. La religiosa ci ha raccontato la sua attività: «Attualmen­te in Italia coordino il servizio di 250 suore appartenenti a 80 congregazioni diverse che lavorano in 110 progetti spesso in collaborazione con la Caritas o con altri enti pubblici o privati, con volontari e associazioni».
Con quali risultati?
«Parecchie centinaia di vittime provenienti da vari Paesi sono state accolte in passato mentre altre vivono tuttora nelle nostre case-famiglia, dove sono accompagnate nella ricostruzione delle loro vite spezzate. Con le unità di strada e i centri di ascolto diamo loro una comunità all’interno della quale vivere, aiuto spirituale, preparazione professionale, assistenza legale, rapporti con le ambasciate, partecipazione a incontri nazionali e professionali ecc.».
Quali sono i drammi più comuni per queste giovani?
«Le gravidanze indesiderate con conseguenti aborti. Le ragazze dell’est subiscono una media di tre, quattro aborti ciascuna, mentre per la donna africana che considera la maternità il più grande valore, l’aborto non è solo l’interruzione di una vita nascente, bensì l’uccisione di una cultura. Molte di loro soffrono di disturbi mentali, sono ossessionate dalle continue minacce di ritorsione sulle famiglie lontane e dai riti voodoo, basati su credenze di religioni animiste».
La lettura del suo libro porta alla con­clusione che la povertà è donna, la schiavitù femmina. Perché le donne sono le vittime di un sistema odioso?
«Sono in particolare le donne a portare il peso della povertà. Sempre loro che vivono la realtà dello sfruttamento e della schiavitù, di un’umiliazione terribile, obbligate a vendere il loro corpo, l’unica ric­chezza che possiedono. Obbligate perché qualcuno ci deve guadagnare. Sottomesse, spersonalizzate e rese degli automi nei quali però batte un cuore e un’anima che grida. La gente è alla ricerca di soldi e di benessere come se quella fosse la felicità. Ed è questo che crea in noi l’insicurezza, l’intima sofferenza che fa deragliare ogni nostro sentimento, ci aggredisce e ci disturba in nome del possesso che non appaga ed è il binario giusto per l’infelicità. Le cose creano il vuoto. Solo la bellezza interiore e i valori grandi, superiori, riempiono il cuore, non le bellezze materiali».
Quando e perché ha deciso di incontrare le prostitute sulla Salaria, la strada di Roma dove si pratica massicciamente la prostituzione?
«La prima volta che ho affrontato la Salaria era un freddo gennaio di dodici anni fa, appena arrivata a Roma, e l’ho fatto con l’intento di valutare lo squallore di tante povere ragazze abbandonate all’ingiuria della notte e dei loro aguzzini. Sin dal primo incontro, vedere le donne infreddolite attorno a un fuoco con il quale cercavano di riscaldarsi, mi riempì di commozione. E pensai: vorrei portarle via queste donne che avevo conosciuto in Africa, piene di vita e di voglia di vivere. Vederle seminude sulle nostre strade mi dava grande sofferenza».
Qual è stata la loro reazione?
«Ricordo le espressioni di queste giovani appena arrivate, timide e spaurite. Chi era tanto crudele da ridurle in quello stato? Giovani ragazze venute in Europa con il miraggio di una vita diversa erano state ingannate. Queste espressioni mi accompagnano tutte le volte che scendo in strada. Dobbiamo spezzare, anche se è molto difficile, le catene dell’omertà, dell’indifferenza e del silenzio».
Di chi è la colpa di questa situazione?
«La responsabilità è del mondo dell’opulenza che costringe queste donne a dover stare sulla strada al servizio di chi ha degli interessi, ma anche di chi ogni notte le cerca, le usa e le sfrutta e poi le ributta sulla strada come facciamo con le cose in questi tempi di consumismo».
Nel suo libro scrive: «Nel terzo millennio le donne stanno ancora lottando per conseguire il loro legittimo posto non solo nella società ma anche nella Chiesa». Un richiamo o un rimprovero alle alte cariche ecclesiastiche?
«È una constatazione, perché anche noi suore, in quanto donne, facciamo fatica. L’uomo e la donna hanno ruoli diversi, è vero, ma hanno le stesse responsabilità. Solo insieme riusciremo a creare la grande famiglia umana dove ciascuno deve trovare il proprio posto e deve impegnarsi per costruire una società senza discriminazioni e diversità. Una società dove c’è davvero la possibilità di lavorare insieme per trovare le soluzioni ai conflitti, alle situazioni di povertà e di sfruttamento. Bisogna collaborare».
Lei non si impegna solo in campo religioso, ma anche in ambito civile (partecipa alle manifestazioni del collettivo femminista Se non ora quando)...
«Ogni persona ha dei doveri civili, religiosi, di famiglia, di lavoro e in qualsiasi situazione ci troviamo dobbiamo agire con responsabilità e avere il coraggio di dire quello che non va bene, a voce alta. Viviamo in un Paese civile e facciamo parte di una società che deve riconoscersi in ognuno dei suoi cittadini. La scelta di una vita religiosa non ci toglie la responsabilità di agire e intervenire».
Vite spezzate
I drammi comuni sono le gravidanze indesiderate con conseguenti aborti.
Le ragazze dell’est ne subiscono anche tre, quattro ciascuna
Usa e getta
Loro devono stare sulla strada al servizio di chi ha degli interessi, ma pure di chi ogni notte le cerca, le usa e poi le butta via come fossero cose